AIS Sardegna

Associazione Italiana Sommelier

Sardegna

 
Villa Bucci 2012

Villa Bucci
Castello di Jesi Verdicchio Riserva DOCG Classico 2012
Azienda Agricola Fratelli Bucci

Bandiera simbolo delle Marche e della vocazione bianchista del centro sud, questo Verdicchio si esprime, con ogni possibile fragore, in purezza; vocazione alla qualità, il Villa Bucci Riserva, certamente non espressa in solitudine: le manifestazioni d’eccellenza – nel regno dei vini bianchi secchi – son più diffuse di quanto si creda in meridione e in Italia centrale, a dispetto dei luoghi comuni.

Sovvengono, tra gli altri, Fiorano Bianco, Cervaro della Sala, Trebbiano Valentini, Villa Diamante Vigna della Congregazione, Capichera; etichette assolute, nel panorama dei vini da bacca bianca, capaci di esprimere filosofie persino agli antipodi. Chiaro sintomo di varietà e vitalità di un intero comparto. Eccellenze capaci talora di sfiorare vette di qualità vertiginosa, persino più impressionanti ove si consideri la vulgata che attribuisce, in genere, attitudini principalmente rossiste alla produzione dell’Italia centro-meridionale.

Azienda antichissima quella della famiglia Bucci, che ha affrontato negli anni ’70 una straordinaria rivoluzione, puntando sulla qualità totale e vincendo, di fatto, la sfida del rilancio e della valorizzazione del verdicchio in una zona dove, come ebbe modo di dichiarare Ampelio, “Il vino si vendeva all’ingrosso, come il grano”.

Ad Ampelio, il capostipite della contemporaneità, il merito dell’idea. Epifania inattesa, spiazzante che, all’intuizione di un produttore, combina le capacità di un enologo “eretico” come Giorgio Grai. Dopo aver cercato in Borgogna, Ampelio trovò in Trentino il suo alter ego, un tecnico eccelso ma, a detta di Bucci, difficilissimo e dal pessimo carattere: che però quasi esclusivamente con la sua Azienda, per decenni, volle lavorare. Il sogno di produrre un grande bianco, passava anche per questo. Perché il verdicchio è uva straordinaria ma, quando prodotta con rese troppo elevate e secondo l’usanza antica, “…ha un fondo amaro molto forte”. Per eliminare il quale servono suoli calcarei profondi, contenimento della produzione, cura maniacale in vigna e in cantina. Perché un grande bianco “…richiede molto lavoro di dettaglio, omeopatico”.

Il mio millesimo è il 2012. Sosta di diciotto mesi in botti grandi, vecchie di oltre mezzo secolo, poi un anno in vetro. In tutto 15.000 bottiglie. Gradazione alcolica di 13,5%. Da vigne di oltre quarant’anni. Le indicazioni sul consumo, suggerite dall’azienda, lasciano abbastanza perplessi, invitando a temperature di servizio da rosso (15/18°C). Pare francamente troppo ma, almeno due dita assaggiamole come vuole chi quel vino ha concepito.

Naso certamente espressivo, e non poco, ma sorso che patisce perdendo slancio. Abbassiamo progressivamente la temperatura: 14°C. Molto meglio. Ma mi attesto pavidamente sui 12°C, dove trovo la sintesi senza perdere il dettaglio.

Bouquet ancora non del tutto imbrigliato dal freddo e bocca scattante, cui il vino dona molto, in termini di qualità assoluta e coerenza gusto-olfattiva. Se incocciamo nei fiori di sambuco specularmente incontreremo l’anice; se hanno spazio sentori di pasticceria e agrumi, replicheranno crema inglese e cedrata. Foglia di menta? Sciroppo Fabbri. Spezie piccanti? Pepe bianco. Tufo? Sapidità. E così via. Un monumento alla coerenza. Spettacolare vena acida che sostiene la struttura. Allungo da maratoneta che non disdegna interminabili soste a segnare olfatto, gusto e memoria. Rimane, in fondo a tutto, la matrice dell’eleganza, travolta dalla reazione scomposta dei sensi, almeno dei miei: come un’impronta sul bagnasciuga, consumata senza ritegno dalla risacca. Sarò distratto perché l’intonazione muscolare non la noto. È una danza ritmica, piuttosto lieve per quanto indiavolata.

Una “pizzica”, forse: che però osservi da mezzo miglio. Un rullo di tamburi: quando sei a un isolato di distanza. Si fa vedere e sentire quando vuole o, meglio, ove gli si presti la dovuta attenzione. Altrimenti scivola via. In un tripudio di velocissimi sorsi. Buoni da togliere il sonno. Come la voce di Kate Bush, estesa diciotto ottave e in grado di frantumare la Sala degli specchi di Versailles ma sottile e dolce quanto i fraseggi di un angelo. Vino Bifronte, capace di imprimere nel bicchiere profondità e leggerezza come se a guardarti attraverso il vetro fosse Robin Wright Penn.

Ho scantonato. E di parecchio. Provo a ricompormi. Dalla regia suggeriscono i crostacei. Io l’ho bevuto da solo, per ragioni che è difficile spiegare e che attengono alla voglia di purezza, al bisogno che sia, per definizione, incontaminato almeno il primo incontro. In genere faccio così con la prima bottiglia. Soprattutto quando sento il bisogno di descriverla. Mi impegno a tentare abbinamenti canonici dalla seconda.

Rileggendo noto che qualcosa, come sempre, è sfuggito. Non ho detto nulla, ad esempio, sull’esame visivo. Per ragioni di spazio mi son astenuto in quanto il paglierino vivido e brillante del Villa Bucci Riserva meriterebbe una trattazione separata. Se dovessi imbastire due righe a effetto, direi che è l’equivalente femmineo del Monprivato 2011: sorgente di luce più che vittima delle rifrazioni.

Vino eccellente oggi, presumo grandissimo tra 8/10 anni.

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