AIS Sardegna

Associazione Italiana Sommelier

Sardegna

 
Grand Clos Rousseau Blanc - Santenay 1er Cru 2013 Domaine Claude Nouveau

Santenay: ultimo avamposto della Côte de Beaune, stretto tra Maranges e Remigny.

Tagliato in due dalla D113, si estende per circa dieci chilometri quadrati digradando da 500m a 200m sul livello del mare, a sud-ovest di Chassagne-Montrachet, affacciato su un pianoro che apre allo Châlonnais prima e al Mâconnais poi. La toponomastica parrebbe far derivare la radice del nome dalla presenza, un tempo diffusa, di sanatori per i malati di tubercolosi e dall’essere località termale.

Il clima è semi-continentale con tracce di influssi oceanici. Per sommi capi la composizione dei suoli è caratterizzata da calcare in quota, aggregati di ooliti a metà cresta e substrato di calcare, argilla e marne nella parte inferiore del versante, con i vigneti esposti di massima da est a mezzogiorno. Ma trattasi di semplificazione.

È, questa, denominazione misconosciuta che solo a tratti rivela i caratteri della dorsale della Costa, prosecuzione ideale del vigneto più importante al mondo per la produzione di vini da uve chardonnay: Montrachet. Ma quando accade i risultati sanno essere di altissima qualità e non solo a nord-est del villaggio. A ciò si aggiunga l’importante lavoro in cui le nuove generazioni di vigneron si stanno impegnando per smarcarsi da una tradizione recente che connotava di una certa rusticità i vini della zona. Poco meno di 50ha sono coltivati a bacca bianca sui circa 300 della denominazione comunale. Uno dei climat classés è il Grand Clos Rousseau, esteso a ovest del villaggio; di fatto il più meridionale dei 1er Cru di Santenay, prossimo al confine con il vigneto di Maranges.

Massima parte del clos è coltivata a pinot noir. Da pochi ceppi di chardonnay il Domaine Nouveau trae una sola pièce, 228 litri, per il suo rarissimo Grand Clos Rousseau 1er Cru blanc. Azienda che da molte generazioni produce vino, quella di Claude Nouveau; 14,25 gli ettari di proprietà o en fermage; circa il 30% della produzione del domaine è dedicata ai vini bianchi. Raccolta manuale. Dodici mesi in legno nuovo poi sosta in acciaio prima dell’imbottigliamento.

Calice intensamente vitale: una scheggia di cristallo paglierino. L’impatto sui sensi è radicale, esaltandosi in articolazione e potenza: fresie e fiori di gelsomino, succo di clementine, mentolo, tè verde, crema pasticcera, ginger candito e zucchero a velo. Chiude di forza, salino e gessoso.

Il sorso è una didascalia della dinamica. Capace di imprimere un’istantanea su ogni centimetro quadro del cavo orale. Sfugge al bisogno di classificazione, che mi aiuterebbe a venirne a capo, perché si fa rincorrere sul terreno della piacevolezza, dell’agilità a dispetto della struttura, della potenza che non difetta di suadenza glicerica, della vitalità nel gioco delle parti tra affondi verticali ed espressività 3D.

Un vino, per me che ne capisco poco, di assoluto fascino. Che incrementa senza tregua il desiderio di conoscere, esplorare, assaggiare in un tentativo di comprensione, non privo di sforzi, di coordinate tuttora in larga parte a me sconosciute. La persistenza e l’intensità del ricordo non le cito nemmeno ma sappiate che fanno testo.

L’abbinamento ideale è con la cucina di mare in cui sia netta la dominante della tendenza dolce, perfino con qualche cedimento alla speziatura: dall’aragosta alla catalana a una rilettura light del curry di gamberi, non eccessivamente sbilanciata a oriente. Appena più nervoso l’accostamento a una Tuma delle Prealpi biellesi, grassa e profumatissima, i cui esiti possono rivelarsi a tratti commoventi.

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